Storia dei Quadri | Sviluppo dei quadri

nuovo realismo arte, Ritratto di famiglia, storia dei quadri, realistica, artisti figurativi contemporanei, Manfred W. Jürgens
Ritratto di famiglia | Dettaglio

‣ Ritratto di famiglia

© MWJ

25.09.2017

‣ Il gallo di Brema

© MWJ

15.07.2017

‣ Bosse nel Bosco

© MWJ

03.07.2017

‣ Pietà

© MWJ

23.05.2013

‣ Contatto mancante con la terra

© MWJ

23.05.2013

‣ Ritratto di Ruth Rupp

© MWJ

04.01.2011

Ritratto di famiglia

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 1,85 X 1,93 m


nuovo realismo arte, Ritratto di famiglia, storia dei quadri, realistica, artisti figurativi contemporanei, Manfred W. Jürgens Nel dicembre del 2014, visitammo la giudecca a Venezia; un tempo isola di lavoratori situata di fronte a piazza San Marco. Qui si trovano ancora i resti di una normalità e quotidianità veneziana non ancora turbata. La galleria cittadina '´Tre oci' presenta occasionalmente mostre fotografiche eccellenti. Lì sullo scaffale si trovava il volume illustrato 'NeoRealismo – La nuova immagine in Italia 1932 -1960'. Fu un periodo sconvolgente per la fotografia in bianco e nero.

Sul titolo del volume c’era una foto di Tranquillo Casiraghi 'Gente della Torretta'. ‣ alla foto. Mai prima di allora avevo visto quella foto. Ritengo sia curioso che l’immagine continui a togliermi il fiato ancora oggi. Questa foto mi scosse profondamente e mi fece pensare: 'dipingerai Katharina e Ulrich in una composizione simile!'

La mia idea artistica venne accettata. In tali momenti mi sento così felice. Anche Barbara, la mia musa e compagna acconsentì. Probabilmente dovrò lavorare nove mesi sul dipinto. Fin dalla nascita del ritratto porterò con me tutto ciò che lo sforzo mi richiede; voglia, amore, dubbi, pazienza, vitalità, smarrimento, speranza e fiducia.

Il compagno di Katharina è un attore, musicista e autore. Sarà difficile trovare il tempo per fissare un appuntamento per la posa. Sei mesi più tardi ci incontrammo in un hotel ad Amburgo per bere un caffè ma c’era un problema, i costumi di entrambi non erano ancora arrivati. Per spiegare il disguido Ulrich ci raccontò l’accaduto: 'Volavamo sopra Bruxelles, ma lì era scattato un allarme bomba. Le nostre valigie devono ancora arrivare. E ora?'.

Così fissammo un nuovo incontro per la posa. Ci trovammo nei primi mesi del 2016 nella loro casa a Venezia. Nel frattempo Katharina aveva scoperto sull’isola un muro adatto a fungere da sfondo per il nostro doppio ritratto. Amo quando quei due giocano mentre gli ritraggo perché il dipinto diventa una generale messa in scena.

Dopo la morte del loro cane Toto, ne avevano fortunatamente preso un altro. Era un cane asiatico di sole otto settimane e si trovava sotto lo sgabello del pianoforte; si chiamava Peppina. Il colore del suo pelo era uguale a quello dei miei capelli, così la mia voce interna mi suggerì che anche il cane doveva far parte del ritratto. Dipingerò un ritratto di famiglia con tre differenti personalità.

Prendemmo una sedia da caffetteria chiamata 'Kafka' e bighellonando ci dirigemmo, in un pomeriggio domenicale, verso il muro per lo sfondo. Attraverso gli alberi filtravano leggeri raggi di luce. I resti di un muro rosso mi ricordarono la tonalità del sangue caduto a terra. I residenti ammiravano la giovane Peppina con occhi delle nonne che vedono per la prima volta i loro nipoti.

Dopo poche ore avevo ottenuto gli schizzi delle foto che tanto avevo sognato per il mio ritratto a grandezza naturale. Che gioia! Alla sera andammo a mangiare accompagnati da vino rosso ed interessanti conversazioni piene di leggerezza.

L’applicazione della tinta di fondo del ritratto si asciuga e poi seguono le vernici trasparenti. Ci sto attualmente lavorando.

Un click sull’immagine conduce alla storia della nascita del ritratto.
© MWJ – Wismar, 25.09.2017
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017

Il gallo di Brema

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 1,58 x 1,06 m, 2016/2017


Il gallo di Brema, Manfred W. Juergens, MWJ Nel 2013 mi trasferii da Amburgo a Brema. Anche a quel tempo mi veniva in mente la favola dei musicanti di Brema ed il loro magnifico detto: “Qualcosa migliore della morte lo trovi ovunque”.

L’asino, il cane, il gatto e il gallo della favola non arrivarono mai a Brema. La storia narra che la vecchia banda “A Cappella” degli animali prese possesso di una casa di ladruncoli nel bosco, lontano dalle porte della città di Brema. Dal quel momento vissero esenti da fitto suonando musica, esibendosi con successo nei palchi di Brema ed utilizzando la parola Brema nel nome della loro orchestra per non pagare nessun tipo di tassa alla città. La città anseatica di Brema d’altra parte sfruttava la favola dei musicanti e le tasse pagate dai rifugiati che occupano le case per abbellirsi.

La controversa scultura bronzea dei musicanti, di Gerhard Marcks risalente al 1953, si erge di fronte al municipio di Brema come emblema cittadino, in concorrenza alla statua dedicata al Rolando. Qualunque asiatico ha toccato eccitato almeno una volta la scultura dei musicanti.

Brema è il più piccolo Bundesland della Germania ed è da molti anni fortemente indebitato. Su questo tema volevo dipingere qualcosa. Ma come? Una minaccia di fallimento di fronte al municipio sarebbe sembrata triviale. Come si può dimostrare, con i soldi ho un rapporto complicato, quindi i soldi non potevano apparire nel quadro. Allo stesso tempo non volevo inserire alcun contenuto politico regionale. Questo era il mio pensiero.

Esiste un modo di dire “rimetterci le penne”. Questo detto esemplifica la situazione di chi viene danneggiato e deve accettare le conseguenze del danno. Su questo simbolo cercai per il mio quadro qualcosa sul tema “Indebitamento della città di Brema”. Il caso voleva che mi imbattessi su un disegno del grande pittore di animali inglese George Stubbs. In particolare in un suo curioso disegno, grande 40,6 x 56,5 cm eseguito nel tardo barocco. Sembrava che Stubbs l’avesse disegnato proprio per il mio tema. ‣ cliccare qui per vedere

Eccolo improvvisamente qui, il gallo dei musicanti di Brema che a causa dell’indebitamento della città aveva dovuto simbolicamente rimetterci le penne. Si affretta veloce, quasi librandosi, su una strada sassosa. Con il suo portamento si evince facilmente il suo stato d’animo. Non è diventato grasso dalla frustrazione, bensì è rimasto atletico e sportivo. Orgoglioso ed indebitato. Un pennuto nudo senza piume.

Il mio più sentito ringraziamento a George Stubbs, il quale già nel 1800 aveva sviluppato l’idea che avrei poi ripreso per il mio quadro. Rispetto. Senza questo contributo, non avrei mai potuto dare forma a questa storia d’indebitamento. Nello sfondo compariranno poi i musicanti di Brema uno accavallato sopra l’altro dinanzi al municipio di Brema. George, ci sto attualmente lavorando.

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© MWJ – Wismar 15.07.2017
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017

Bosse nel Bosco

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 0,85 X 0,90 m, 2014/17


Bosse nel Bosco, Manfred W. Juergens, MWJ Un giorno, avevo appena quattro anni, quando giocando nel bosco trovai sotto del fogliame autunnale un teschio di animale frantumato. Alla sera riportai a casa il reperto e lo misi nel soggiorno. Mio padre pensava fosse il teschio di un vecchio cinghiale. Mi meravigliai. Davvero? Si, il reperto apparteneva ad un cinghiale in carne ed ossa.

Di cinghiali ne avevo già visti molti poiché vivevamo vicino al bosco. Mio nonno una volta mi raccontò che i cinghiali hanno grossi denti a lato e che con questi mordono i bambini. Avevo molta paura di loro. Mi sembravano sempre incattiviti ed irrequieti. Inoltre correvano molto veloce ed incuriositi scavavano un po’ qua e là. Decenni dopo in un incubo ricorrente mi rincorrevano nella foresta nera.

Ma poteva veramente essere il teschio di un cinghiale? Ciò mi riempiva di tristezza. Non devono rimanere altri resti quando muore un animale? Oh, ci sono ancora un paio di ossa. Non le hai ancora trovate tutte. Quindi la mia domanda sommessa era: “E di noi? Cosa rimane di noi uomini?” Mmh…Chi conosce così bene la risposta?

C’era la cena e rimasi ammutolito per il resto dei giorni seguenti.

Era il mio primo incontro con la morte e molti altri ne sarebbero seguiti però mi ricordo spesso dell’emozione intensa che provai e volevo raccontare, in un quadro, l’esperienza che ho vissuto quel giorno. Così cercai a lungo un meraviglioso ragazzino di appena quattro anni.

Io non mi volevo dipingere.

Alcuni anni fa, durante una camminata con la mia compagna ed il cane di mia suocera, la bestiola mi portò un teschio di cinghiale che aveva trovato poco prima. Non c’erano formicai nelle vicinanze quindi bollii il teschio. Puzzava terribilmente.

Anni più tardi incontrai il ragazzo nel quadro. È il figlio di un collega della mia compagna. Per questa posa stava seduto con il teschio in mano nel mio atelier. Gli raccontai le mie storie e il fatto che il teschio fosse rimasto per molti anni nello scaffale della mia cameretta. In qualche modo vidi che gli si rizzarono i capelli e notai in lui un misto tra stupore e sconvolgimento. Il ragazzino vedendosi apparire nel ritratto mi disse: “Mi ritrai ma non mi siedo mica così. Non mi sono mai seduto in un bosco su un grosso albero. Così deve avvenire anche nel tuo atelier”.

Questa è l’arte della pittura. Tutto è possibile ed in qualche modo ogni ritratto è a modo suo un autoritratto.

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© MWJ – Wismar, 03.07.2017
Galleria
Bosse all`atelier, Wismar, 28.07.2017
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017

Pietà

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 0,80 x 2,00 m, 2014


Pietà, Manfred W. Juergens, MWJ

Il contrasto tra l’andare e il venire, l’amore, la perdita, la tristezza, la sofferenza e la morte scuote in qualche modo, volente o nolente, ogni uomo. Ciò fa parte del nostro essere e porta con sé la nostra indispensabile fugacità terrestre come causa. È comprensibile che si debba trattare questo tema sulla sfera spirituale. Sin dalla comparsa dell’uomo, egli trasforma creativamente questi processi, valori e contenuti. Otto Dix diceva: “i vecchi interrogativi dell’uomo sono i più importanti”.

Più ciò che mi sta accanto diviene inquieto e la società con i suoi strumenti democratici in crisi si innervosisce, si trasforma e cambia; più grande diventa la mia nostalgia per la calma ed il raccoglimento. Lo scorso anno ho ammirato il quadro “Mártir Cristão” di Joaquim Vitorino Ribeiro dell’anno 1879. ‣ Cliccare qui per vedere il quadro.

Noi visitatori del museo stavamo dinanzi al quadro in silenzioso raccoglimento. La sensazione di quieta adorazione era palpabile. In seguito la mia voce interiore mi suggerii: “Questa è l’idea che ti serve per dipingere la tua Pietà”. In qualche modo dipinsi il mio personale quadro votivo. Allo stesso modo ebbi la stessa sensazione alla vista dell’opera di Giovanni Bellini a Venezia.

L’idea nacque mesi più tardi quando durante la posa per il quadro, la mia modella Lucretia, era stesa su un sofà con un bicchiere d’acqua in mano, il quale sembrava fosse in procinto di cadere a terra. Ed ecco comparire le linee marcate dell’artista Ribeiro. I capelli scorrono in avanti come vita vissuta. Il tatuaggio si presenta di soppiatto come la morte fa con la vita e sospende la figura in un curioso modo di librarsi nella provvisorietà dell’essere.

I mesi successivi furono dedicati al quadro della pietà. Perché non potevo trasformare questo tema medievale rappresentandolo nell’uomo moderno? A volte pensavo che Lucretia fosse la personificazione di Maria trasposta ai giorni nostri. L’idea mi piaceva. Contemporaneamente conferivo al dipinto, nonostante la precisa scelta di rendere freddo il quadro, l’idea che il sofà si dissipasse. Stivali e vestito davano invece l’idea di provenire da differenti epoche e risultano essere ottimi motivi per irritare l’osservatore.

Le reazioni alla visione del quadro sono avvenute per ora solamente all’interno dell’atelier. Sorprendentemente la tela suscita il silenzio dell’osservatore. Anche di uomini che non provengono dalla nostra cerchia culturale. Considerazioni o osservazioni al quadro invece sono: “Vive ancora?”, oppure: “Di che cosa è morta? Di dolore?, Si è avvelenata?, La sua anima è ancora qui?, è stata lasciata distesa ad una festa?”. Dal quadro trapela anche una componente erotica. Un mescolamento curioso a mio parere. Il mondo si allontana dalla devozione. Un dolce svanire. Revoche indignate al sistema di newsletter del mio sito arrivarono addirittura dagli Stati Uniti.

Un click sull’immagine conduce al video sulla storia della nascita del quadro.
©MWJ – Brema, 23.07.2014
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017

Contatto mancante con la terra

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 1,00 x 0,73 m, 2012/2013


Contatto mancante con la terra, Manfred W. Juergens, MWJ Come tutti i nonni, anche il mio mi diceva che saggezza e calma sarebbero arrivati con il trascorrere degli anni.
Vale allo stesso modo per la politica? Si, mi rassicurava quando ero giovane. La politica di Walter Ulbricht durante la mia giovinezza ad esempio faceva imbestialire mio nonno. Già pochi anni dopo sorrideva compiaciuto dicendo: “Questo vecchio caprone non si può proprio prendere seriamente”.

Nonostante la tranquillità che derivava da mio nonno, egli provava indifferenza verso le mie tendenze politiche. Come pittore dovevo anch’io riflettere qualche tipo di concezione politica? La risposta mi risuonava forte in testa. Per favore, nessun tipo di politica, cerca invece le metafore.

All’Accademia di Venezia, vidi vent’anni fa per la prima volta la “Madonna degli Alberetti” di Giovanni Bellini. ‣ cliccare qui per vedere il quadro della madonna con il Gesù bambino dipinta nel 1487. Un grande teatro dietro ad un semplice sipario. Una affascinante messa in scena, una semplice ed allo stesso tempo geniale idea per il quadro. Per l’occasione presi in prestito l’idea per la mia natura morta.

Tornato da una vacanza di alcune settimane a Venezia, vidi in una brocca di terracotta nella nostra cucina, il germogliare di alcune patate. Erano germogli veramente lunghi. Le patate avevano sacrificato le loro ultime energie per la speranza di un proseguimento della loro vita. Purtroppo verranno presto tolte dal terriccio. A loro mancherà il contatto con la terra però prima si mostreranno nella loro gialla, verde e purpurea bellezza. Un disperato tentativo verso la luce ma andando incontro alla morte. Mi si offriva davanti una affascinante messa in scena, comparabile con quella della madonna con il bambino del Bellini.

La politica tratta sempre meno di contenuti e spinta da vuoti politici si concentra sempre più sui temi della carica e del potere. Assomiglia più ad una zuffa tra politici che prende forma davanti alle telecamere. I ministri sono troppo giovani ed inesperti. A loro manca storia, esperienza diplomatica e calma. Mostrano troppo fulgore ed hanno una durata del sorriso studiata a tavolino. Allo stesso modo manca a loro il contatto con il terreno come per le mie patate. Per questo motivo, come le patate, appassiscono in maniera così brusca.

Ed ecco qui la metafora. Un mattone rosso e deforme sopra ad un marmo grigio diventa il palcoscenico per l’ultimo viaggio. Presto arriveranno aselli e ragni. Il diavolo e la morte agiscono già dietro le quinte. La bellezza inganna. È un ultimo e triste scorcio di vita prima che il sipario si chiuda e arrivino le cavallette.
Auguro il bene a coloro che portano con sé storia ed esperienza ed a coloro alla quale è stata data la terra su cui poggiare i propri piedi per il futuro. A questi uomini ed a queste patate auguro una lunga e realizzata vita piena di fiori colorati e di bellezza.

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©MWJ – Amburgo, 25.03.2013
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017

Ritratto di Ruth Rupp

Tecnica mista vernice trasparente su legno e tela, 1,02 x 1,00 m, 2011


Ruth Rupp, Manfred W. Juergens, MWJ Vidi per la prima volta Ruth Rupp nel 2004, sul palco del teatro St. Pauli, recitare nell’ opera “da tre soldi” con Ulrich Tukur nel ruolo di Mackie Messer. Secondo un’idea di Katharina John, Ruth Rupp recitava nella scena finale la parte di una vecchia prostituta e di conseguenza raccoglieva i pericolosi applausi dell’ultimo atto. La metà del pubblico piangeva dalla commozione. Confesso che lo feci anch’io ed in seguito mi promisi di parlare con lei se mai un giorno avessi avuto l’occasione di incontrarla.

Sei anni dopo, nel teatro St. Pauli di Amburgo, camminando con un bicchiere in mano sentii una voce femminile chiamarmi. Mi girai di scatto. “Maledizione! Ora mi rovescia uno di questi tipi di vino rosso sul décolleté solo perché sono piccola” deve aver pensato chi mi chiamava. Il mio bicchiere si fermò inclinato a soli pochi millimetri da lei, abbassai lo sguardo e vidi Ruth, una donna alta un metro e cinquantaquattro centimetri. Ci sedemmo nel teatro vuoto a fare quattro chiacchiere per lungo tempo mentre gli altri della compagnia festeggiavano al bar l’inaugurazione della nuova stagione teatrale. Ci accordammo per un ritratto e Ruth mi disse: “Se è già da 6 anni che mi stai cercando, allora dobbiamo fare questo ritratto adesso”.

Ruth Rupp, Heaven Can Wait, Manfred W. Juergens, MWJ

Alcune settimane dopo lei si trovava seduta nel mio atelier di Blankenese, vicino ad Amburgo. Ruth adesso ha 85 anni. Dopo aver preso cura della madre malata per 8 lunghi anni, Ruth scoprì a 79 anni il mondo del teatro e si interessò anche al mondo del cinema.

Prima della guerra studiò musica e canto. Quando era ragazzina, durante la seconda guerra mondiale, era addetta all’artiglieria contraerea. Inimmaginabile. Anni più tardi fece la tata a Blankenese.

Attraverso il mio ritratto che si può trovare su Google, alcune ragazzine a cui faceva da tata, 49 anni dopo riuscirono a riconoscerla. Dicevano: “Questa è Ruth! la mia vecchia tata”. Altre mi raccontavano: “Ora ci incontriamo di tanto in tanto e siamo diventate amiche per la seconda volta”.

Anche per questo l’arte del dipingere non è mai senza senso.

Un click sull’immagine conduce alla storia della nascita del quadro.
©MWJ – Amburgo, 04.01.2011
Tradotto dal tedesco da Gianluca Favero, Venezia 2017